ANDREA BRUNO MARTIGNON
ANDREA BRUNO MARTIGNON, nato a Santa Maria di Sala nel 1924, militare della Guardia di Finanza durante la seconda guerra mondiale, ha avuto la buona sorte di poter raccontare ai nipoti le sofferenze e gli strazi patiti in un campo di internamento in Germania, dopo l'8 settembre 1943, e il nipote Andrea ne ha riavvolto il filo dei ricordi in un racconto.
Andrea Bruno Martignon è stato riconosciuto soldato IMI, dopo la fine della guerra.
Gli IMI erano gli Internati Militari Italiani, finiti nei campi di concentramento tedeschi perché non avevano accettato di arruolarsi nella Repubblica di Salò, dopo l'armistizio dell'8 settembre del ‘43. Essi vengono ricordati dall’ANEI (Associazione Nazionale Ex- Internati) e nel Tempio-Sacrario dell'Internato Ignoto di Terranegra, alle porte di Padova. Il tempio-sacrario raccoglie le spoglie di un Internato Ignoto e le spoglie di 185 Soldati Caduti, ed è stato eretto per volontà del sacerdote don Giovanni Fortin, che venne deportato come prigioniero politico nel Campo di Concentramento di Dachau.
La storia di Andrea Bruno, che tutti chiamano Bruno, si snoda attraverso i fatti quotidiani di un bambino che frequenta le prime classi della scuola elementare di Caselle, un ridente paese di campagna in provincia di Venezia, dove vive con i genitori Pasquale e Regina, tre fratelli e una sorella. La quinta elementare, Bruno la frequenta alla scuola serale, presso la canonica del curato, il quale ha deciso di aprire la sua casa per garantire la continuità dell'istruzione in paese. Poi, a undici anni, il ragazzo viene mandato in collegio a Padova, dove frequenta i tre anni di scuola industriale. Quando non studia, aiuta la famiglia nel lavoro dei campi, perché la " miseria stabile" non consente ozi. La scuola finisce proprio nei giorni in cui scoppia la guerra. Il 10 giugno 1940, Bruno termina gli studi, ma ben presto, grazie al diploma industriale, viene chiamato a lavorare in municipio perché c'è carenza di personale e così, verso i sedici anni, inizia a svolgere mansioni di segreteria e anagrafe presso la sede comunale. A diciotto anni consegue la patente di guida e quando si avvicina anche per lui la chiamata alle armi, decide di arruolarsi nella Guardia di Finanza. Dopo l'addestramento, avvenuto presso la Scuola Alpina di Predazzo, avviene la mobilitazione delle truppe. Bruno viene mandato dapprima a Trieste, poi a Fiume e infine imbarcato per Dubrovnik.
Dopo l'8 settembre del 1943, i nazisti tedeschi cominciano ad avanzare nell'entroterra jugoslava e a Dubrovnik i soldati italiani devono cedere le armi. Convinto di poter rientrare in Italia, Andrea Bruno viene invece caricato con i compagni su un carro bestiame scoperto, in una tradotta che lo porta verso la Germania. Il viaggio dura quindici giorni, e la tradotta passa anche attraverso l'Ungheria, per evitare i tratti di linea ferroviaria bombardata. I prigionieri, flagellati da freddo, pioggia, vento e temporali, non sanno né dove si trovano né dove saranno portati. Ogni due giorni il treno si ferma, i prigionieri vengono fatti scendere e vengono nutriti soltanto con della brodaglia. Alla fine del viaggio, vengono internati in un campo di concentramento nei pressi di Magdeburgo. All'inizio i prigionieri godono dei diritti della Convenzione di Ginevra riguardanti i militari fatti prigionieri: non sono costretti a lavorare e mantengono le loro divise. Ma le cose cambiano presto, soprattutto nei confronti dei soldati italiani, ai quali vengono tolte le divise militari, vengono consegnate le tute a righe dei prigionieri civili e vengono costretti a lavorare.
Trascorsi i primi tempi in campo di concentramento, Bruno viene poi trasferito in un paese di campagna vicino al campo e insieme ad altri prigionieri lavora come manovale edile e come bracciante. A lui e ai suoi compagni viene assegnata una baracca sorvegliata giorno e notte da soldati tedeschi. Nei primi tempi della prigionia riesce a tenere una corrispondenza con la famiglia a Caselle, ma ben presto i contatti si interrompono. Il lavoro è duro, il riposo è scarso e il vitto giornaliero consiste in una brodaglia a pranzo e delle patate a cena. La fame è talmente tanta che appena può va a rubare le patate ai maiali.
È solo nel settembre del 1945 che il campo di concentramento viene liberato dalle truppe russe, giunte al di qua del fiume Elba. Dall’altra parte del fiume arrivano invece le truppe americane. I soldati russi si trovano di fronte una moltitudine di prigionieri provenienti da ogni parte d’Europa e allora iniziano a smistarli e a indirizzarli verso i loro paesi d’origine con le tradotte. Bruno varca il confine del Brennero e rientra in Italia il 19 settembre 1945. La tradotta è diretta a Bari e il giovane soldato scende a Pescantina, in provincia di Verona. Insieme a due compagni, di cui uno di Gorizia, si fanno dare un passaggio da un camion fino a Ponte di Brenta. Da lì, Bruno raggiunge la sua casa a piedi, dove arriva di notte. Indossa una cenciosa divisa militare tedesca, calza un paio di sandali bucati, pesa 47 chili e ha 21 anni. A casa riabbraccia la mamma, un fratello e la sorella. Il papa si trova a Mogliano Veneto, a servizio presso una ricca famiglia del luogo.
Gettato nella carneficina della guerra a 19 anni, costretto a lasciare la sua vita, la famiglia, la possibilità di continuare a studiare, finito a rubare le patate ai maiali, senza possibilità di scampo, trattato come un animale, privato di ogni libertà, costretto a lavorare per chi gli ha tolto tutto, è rimasto prigioniero in Germania dal 12 settembre del ’43 al settembre del ’45.
Nei suoi ricordi riaffiorano continuamente e distintamente il rumore dei bombardamenti e il bagliore dei riflettori usati dalle guardie per vigilare contro eventuali fughe.
Dopo il rimpatrio, Andrea Bruno Martignon si presenta presso il Comando della Guardia di Finanza e manifesta l’intenzione di restare nell’arma. Riprende servizio nella Guardia di Finanza e, dopo vari trasferimenti, a trent’anni si sposa con Evelina, figlia di un oste di Caselle. Quando viene traferito a Udine, è già padre di due bambine.
Ma i ricordi della guerra e del campo di concentramento non affievoliscono. Durante un periodo di licenza, viene colto dal desiderio di rivedere il vecchio compagno di prigionia, originario di Gorizia, con il quale aveva fatto il viaggio di ritorno in Italia fino a Ponte di Brenta. Si tratta di Mario Visentini, nato dalle parti di Gradisca d’Isonzo, che non ha più visto dal giorno in cui si sono lasciati a Ponte di Brenta. Così parte, e quando arriva a Gradisca si rivolge al parroco del paese per avere notizie di Mario. Purtroppo il parroco, controllando negli annuari dei nati, trova diverse persone che portano il cognome Visentini: Antonio, Fabio, Nicola…, ma nessun Mario. Bruno era andato sicuro di ritrovarlo, e invece di Mario non c’è traccia. A Gradisca gli suggeriscono di recarsi in un paese poco lontano da lì, a San Martino del Carso, dove ci sono parecchie famiglie che portano quel cognome.
Bruno è sfiduciato. Chissà perché gli è venuta un’idea tanto balorda da andare in cerca di una persona che non vede da anni, senza uno straccio di indirizzo, senza avere saputo più niente di lui! Avrebbe fatto meglio a restarsene a casa a fare qualcosa di utile, e per un momento pensa di ritornare a Udine. Ma il desiderio di ritrovare il vecchio compagno di sventura, l’irrefrenabile bisogno di rivedere chi aveva condiviso con lui tanto momenti così intensamente dolorosi, lo fa desistere. Quando tutto è perduto, restano le persone. Ci si dà speranza a vicenda, ci si sostiene assieme, e assieme si porta la pelle a casa. Insomma, Bruno decide di fare un ultimo tentativo e si dirige verso San Martino del Carso. Una volta giunto sul posto, incontra un carabiniere al quale chiede se conosce un certo Mario Visentini. Il carabiniere gli indica una via e una casa. Finalmente l’ha trovato! Bruno giunge davanti all’ingresso della casa e suona il campanello. Dalla porta esce una donna e quando Bruno le chiede di Mario Visentini, lei gli risponde che di uomini con quel nome e quel cognome ce ne sono molti, a San Martin. Allora Bruno tira fuori dalla tasca la foto che ritraeva insieme lui e Mario dopo la liberazione. “Questo è mio marito”, esclama allora la donna. “Ce l’abbiamo anche noi, questa foto!”
A Bruno si apre il cuore e si sente travolgere da una gioia immensa.
Mario, a quell’ora è al lavoro in una cava a pochi chilometri da casa, ma il turno di lavoro è quasi finito. Il tempo di accettare un bicchiere d’acqua, e Mario ritorna. Vedendolo arrivare, Bruno riconosce immediatamente il vecchio compagno di sventura, mentre Mario non lo riconosce subito. Ma a Bruno basta dire “Germania”, e Mario capisce in un lampo chi ha davanti.
A questo punto il racconto del nipote Andrea si interrompe, lasciando immaginare a chi legge queste righe, il resto della storia.